Secondo le ultime evidenze scientifiche, alimenti e bevande e confezionate sono le principali fonti di esposizione al bisfenolo A (BPA), un componente della plastica degli imballaggi, che è considerato un importante fattore di rischio del tumore della mammella.

Purtroppo il tumore alla mammella è  la forma più frequente di neoplasia nel sesso femminile e rappresenta un terzo di tutti i tumori che colpiscono le donne.

Inoltre il tumore al seno è la prima causa di morte per tumore nelle donne.

Come tutti i tumori le cause sono multifattoriali, che spaziano da fattori genetici a cause esterne.

Ma è possibile ridurre il proprio rischio di ammalarsi di tumore alla mammella?

Secondo le evidenze Scientifiche allattare al seno, fare esercizio fisico regolare, seguire una dieta povera in grassi animali e ricca in frutta e verdura (soprattutto broccoli, cavoli. cipolle, tè verde e pomodori) permettono di ridurre l’incidenza del tumore.

Ma è tutto qui o c’è dell’altro?

Le nuove evidenze scientifiche hanno individuato un nuovo fattore di rischio rappresentato da alimenti e bevande contenute in imballaggi di plastica, che rilasciano pericolosi additivi presenti in misura del 2-4%, detti interferenti endocrini.

Tra gli interferenti endocrini più impattanti sulla salute umana ricordiamo gli eccipienti plastificanti come i Bisfenoli, a cui appartiene il BPA.

L’esposizione al BPA è oramai una cosa accertata da numerosi studi: più del 90% dei soggetti, a cui è stato misurato il BPA nelle urine, è risultato positivo negli USA, in Germania e in Canada.

L’esposizione ai bisfenoli è dovuta principalmente all’impiego del BPA come monomero per la sintesi del policarbonato, materiale per la produzione dei contenitori di plastica per alimenti.

Inoltre il BPA è utilizzato per produrre le resine epossidiche.

Esse vengono utilizzate come rivestimento protettivo interno dei contenitori per alimenti e bevande come le lattine di acciaio, allo scopo di proteggere le superfici metalliche dall’azione corrosiva di alimenti acidi o basici e, contemporaneamente, evitare la cessione dei metalli all’alimento.

Si stima che più del 90% dell’esposizione al BPA derivi dal cibo, sia mediante il fenomeno della migrazione dagli imballaggi di plastica, sia attraverso altri meccanismi secondari.

 

Esposizioni a basse concentrazioni di BPA sono in grado di ossidare le basi di DNA (link), preludio a lesioni cancerogene in linee cellulari umani secondo recenti studi.

 

Nel 2015 l’EFSA  ha ridotto ulteriormente la dose tollerabile giornaliera per neonati, bambini e adolescenti da cinquanta microgrammi a quattro microgrammi per kg di peso corporeo al giorno, a causa dei nuovi preoccupanti effetti tossicologici e delle aumentate fonti di esposizione come polveri, cosmetici e carta termica per scontrini, come le ricevute rilasciate dai bancomat e quelle delle carte di credito.

Quindi bisogna considerare l’esposizione ad alimenti e bevande confezionate in plastica come un nuovo e importante  fattore di rischio che può essere evitato:

  • evitare di mangiare alimenti confezionati plastica (porzionati, affettati, alimenti pronti) e sostituirli con alimenti preparati al momento e prodotti di stagione non imballati plastica (articolo di approfondimento);
  • prepararsi il pasto da portare al lavoro, evitando di mangiare in mense aziendali (articolo di approfondimento), che spesso usano alimenti confezionati in plastica e stoviglie in plastica (bicchieri, posate e piatti);
  • bere acqua minerale imbottiglia di vetro o acqua del rubinetto anzi che acqua minerale in bottiglie di plastica (articolo di approfondimento);
  • al bar bere tè o caffè in tazzina di ceramica o vetro;
  • sostituire le conserve (tonno, verdure, carne) in barattoli di alluminio o acciaio rivestiti inteernamente da resine epossidiche con quelli in vetro.

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Dr Pasquale Cioffi

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