L’antico metodo della spremitura a freddo, effettuato dai piccoli e medi frantoi, a differenza di metodi moderni non più a pressione, come l’estrazione in continuo o altri metodi industriali, permette di preservare tutte le caratteristiche organolettiche del prodotto, rendendolo un prodotto di eccellenza delle nostre tavole e del “Made in Italy”.

Ma quali insidie nasconde?

Scopriamolo insieme…

Il metodo tradizionale consiste nella macinatura a pietra del frutto separato dalle foglie, per ottenere la cosiddetta pasta di uliivo.

A questo punto è necessario separare la componente liquida, il cosiddetto mosto d’olio, dalla frazione solida, detta sansa e costituita da frammenti di nocciolo, buccette e frammenti di polpa, disponendo la pasta di olive su strati sottili alternati a diaframmi filtranti, detti fiscoli, come un grande sandwich multistrato in una torre carrellata. Il mosto ottenuto viene, infine, sottoposto a centrifugazione per separare l’olio extra-vergine d’oliva dall’acqua di scarto.

Complessivamente, si costruisce una torre di medie dimensioni composta dalla sovrapposizione di sessanta fiscoli alternati a sessanta strati di pasta di ulivo, venti dischi di acciaio e venti fiscoli senza pasta. In sostanza, ci sono più fiscoli che strati di pasta d’ulivo, più plastica che materia vegetale.

I fiscoli, che fino a circa vent’anni fa erano di fibra vegetale atossica (fibra di cocco), sono stati totalmente sostituiti da fibra sintetica a uso alimentare, per lo più in nylon polipropilene retinato.

La fibra sintetica ha il vantaggio di essere più resistente all’usura e di non lasciarsi sporcare da lotti di pasta d’ulivo guasta.

All’epoca, la plastica aveva dei prezzi più bassi e maggiore disponibilità di materia prima rispetto alla fibra di cocco d’importazione.

Il grosso dubbio, che sorge spontaneo,  è che l’olio, a contatto con i fiscoli di plastica, potrebbe estrarre una certa quantità di sostanze  come gli additivi plastificanti, microplastiche, nanoplastiche, catalizzatori, ecc. che potrebbero rappresentare una minaccia per la nostra salute.

Basti pensare che l’olio di oliva (quello rettificato) viene utilizzato, proprio per il suo elevato potere estrattivo, nelle prove di laboratorio standardizzate, previste dalla normativa europea (Autorità Europea della Sicurezza Alimentare), per verificare la migrazione dei contaminanti contenuti nella plastica a contatto con gli alimenti.

Sono soprattutto i contaminanti lipofili a essere estratti dall’olio, cioè quelli cosiddetti persistenti, che tendono ad accumularsi nel tessuto adiposo dell’organismo ed espletano la loro azione tossica per lungo tempo.

Soluzioni

  • Sarebbe necessario l’utilizzo dei fiscoli di fibre vegetali, magari fatti da fibre molto più performanti di quelle del cocco, come quelle di canapa, che si potrebbero produrre in Italia partendo da coltivazioni biologiche ed eco-sostenibili e esportali in tutto il mondo.

  • Prediligere l’acquisto di olio extravergine di oliva con il metodo di estrazione in continuo.

  • Permettere al consumatore di conoscere in etichetta l’esatto metodo di estrazione utilizzato per permettere di fare una scelta consapevole!

Se vuoi sempre essere aggiornato sui problemi legati ala sicurezza alimentare, leggi anche altri articoli del blog oppure iscriviti gratuitamente alla newsletter.

Dr Pasquale Cioffi

Autore del libro “La Dieta della Plastica

Share This