E’ possibile misurare l’impatto delle microplastiche e delle nanoplastiche sugli ecosistemi terrestri?

E’ possibile che le microplastiche possano penetrare in profondità nel terreno fino a raggiungere le falde acquifere?

E quali conseguenze potrebbero esserci per la nostra salute?

 

Un articolo molto interessante, che affronta il problema dell’impatto delle microplastiche sul microbiota del suolo è già stato trattato ed è visibile a questo link.

Ma tutta l’attenzione degli scienziati si è concentrata sull’impatto delle microplastiche nell’ambiente marino negli ultimi dieci anni.

Da qualche anno essi stanno studiando invece gli effetti sugli ecosistemi terrestri, sul suolo e sul sottosuolo delle terre emerse, che rappresentano un potenziale serbatoio addirittura maggiore degli ecosistemi acquatici.

Lo “stato di salute”degli ecosistemi terrestri è strettamente correlato non solo alle acque dolci di superficie come laghi e fiumi, ma soprattutto alle falde acquifere, la nostra unica riserva di acqua potabile (link di approfondimento).

Alcuni studi sono andati a misurare la presenza di microfibre sintetiche, fondamentalmente derivati dal lavaggio dei capi di abbigliamento e tessuti sintetici nei fanghi degli impianti  municipali di depurazione delle acque e hanno dimostrato che la maggior parte delle microfibre sintetiche, liberate ad ogni singolo lavaggio in lavatrice (circa 1900 fibre per singolo capo) si depositano nei fanghi di depurazione.

Si calcola che ogni anno vengono riversate sui terreni fino a 850 tonnellate di microplastiche per milione di abitante, come fertilizzante agricolo, sui terreni dell’Europa continentale, per cui in Italia si parla di circa 50 mila tonnellate di microfibre di plastica.

Questi fanghi si seccano e liberano microplastiche e nanoplastiche volatili che, spinte dai venti, si accumulano nelle nostre abitazioni, nei nostri uffici, dove le inaliamo con possibili conseguenze per la nostra salute (Link di approfondimento).

Le microplastiche e nanoplastiche volatili possono inoltre entrare nel ciclo dell’acqua, venendo trasportate dalle nubi e precipitando al suolo sotto forma di pioggia (link di approfondimento).

E’ stata misurata una percentuale  elevatissima (7%) di microplastiche nei terreni in prossimità di insediamenti industriali.

Inoltre circa il 50% dei fanghi di depurazione vengono riutilizzati in agricoltura e trattengono la maggior parte delle microplastiche dei cosmetici (dentifrici abrasivi, scrub, maschere esfolianti, ecc.), oltre alle microfibre delle acque di lavaggio dei tessuti sintetici.

La situazione è resa ancora più preoccupante dal destino delle microplastiche che si liberano dall’azione abrasiva dei pneumatici delle auto, che vengono lavate via dalle precipitazioni atmosferiche e finiscono o direttamente nei terreni o nelle cosiddette acque di ruscellamento, che vanno a finire nelle reti fognarie.

Nel suolo i vermi sono tra gli animali, che sono maggiormente sottoposti agli effetti delle microplastiche, perché essi ingeriscono pezzi di diametro sufficientemente piccolo da penetrare nel loro apparato digerente e ne subiscono danni di varia entità.

Inoltre questi lombrichi fungono da vettori, trasportando le microplastiche anche in strati profondi del terreno ed è proprio questo tipo di penetrazione verticale, o l’utilizzo da parte del percolato dei cosiddetti “biopori”, cioè quelli formati dai vermi, a preoccupare di più gli studiosi riguardo alla contaminazione delle falde acquifere.

 

Lo studioso olandese Kole  ha distinto le microplastiche, presenti nel terreno, in tre categorie in funzione delle fonti di contaminazione:

  1. Quelle derivate dai fanghi utilizzati come fertilizzanti agricoli;

 

  1. Quelle derivate dai processi chimici (acidità del terreno), fisici (fotogradazione) o meccanici (frammentazione derivata dall’aratura del terreno) e biologici (ingestione da parte di vermi), che frammentano i detriti grossolani in microplastiche, compresa la pacciamatura;

 

  1. Quelle rappresentate dalle acque di ruscellamento o di dilavamento e cioè le acque piovane che rimuovono dall’asfalto le micropolveri degli pneumatici.

 

La pacciamatura è una pratica agricola molto diffusa, che prevede l’utilizzo, tra i vari metodi, di teli di plastica per ricoprire il terreno per impedire, di conseguenza, la crescita delle erbacce.

Questi grossi teli, sottoposti alle intemperie e all’azione dei raggi ultravioletti, liberano microplastiche e nanoplastiche.

L’utilizzo dei fanghi di depurazione delle acque reflue urbane (reflui civili e agro-industriali) come fertilizzanti in agricoltura rappresenta la principale fonte di contaminazione del terreno a livello globale.

Il loro riutilizzo costituisce sicuramente una soluzione efficace al problema del loro smaltimento.

Ma è necessaria una normativa specifica, che garantisca che i fanghi abbiamo bassi livelli di metalli pesanti e composti organici nocivi persistenti (idrocarburi pesanti) attraverso costanti e accurati controlli, ma anche da microplastiche e nanoplastiche, che attualmente non sono normati.

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Dr Pasquale Cioffi

Autore del libro “La Dieta della Plastica

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