E’ scientificamente confermato dallo  studio del gruppo tedesco, che ha valutato, per la prima volta nel panorama scientifico, i risultati devastanti che l’esposizione, anche per brevi periodi (28 giorni di incubazione) a nanoparticelle di polistirene, a concentrazioni paragonabili a quelle ambientali ,ha causato sulla popolazione microbica (microfauna) e sull’attività enzimatica del terreno.

Abbiamo già affrontato in un precedente articolo quali siano le fonti di esposizione primaria alle microplastiche e alle nanoplastiche (tessuti sintetici, pneumatici, vernici acriliche), che liberano nell’ambiente particelle di diamentro sufficientemente piccolo da rappresentare un rischio per l’ambiente e la nostra salute e poi ci sono le fonti di esposizione secondaria che sono tutte le plastiche frammentabili monouso, che vengono abbandonate nell’ambiente e che vanno incontro ad un processo di frammentazione sottoposti ad agenti atmosferici e all’azione di specie viventi come vermi (nematodi) o intere popolazioni unicellulari (Rhodococcus Rubens).

Fino ad oggi l’attenzione degli scienziati e dei mass-media è stata tutta focalizzata sugli ecosistemi acquatici come gli oceani, che potrebbero rappresentare la più grande discarica di microplastiche e nanoplastiche a livello globale. Ma nuovi studi stanno facendo paventare l’ipotesi che il più grande serbatoio di questi contaminanti emergenti non siano gli oceani, ma il suolo terrestre.

Il ritardo della Scienza a certificare il triste primato è dovuto al fatto che il suolo deve essere considerato un sistema altamente dinamico, in cui le microplastiche e le nanoplastiche, che sicuramente sono presenti, vanno incontro ad un continuo e imprevedibile cambiamento in dimensione (le microplastiche si frammentano in nanoplastiche), in forma (da sferica ad irregolare), densità, grado e tipologia di aggregazione (possono legarsi tra di loro ad altre particelle di natura completamente diversa come metalli o altri complessi organici), di carica di superficie (da particelle neutre a particelle caricate elettricamente): quest’ultima proprietà acquisita sembra essere particolarmente pericolosa perché le nanosfere di polistirene possono caricarsi negativamente (mediante un processo di carbossilazione enzimatica) ed è dimostrato che queste ultime sono in grado entrare più facilmente e irreversibilmente nelle cellule rispetto alle particelle neutre.

Tutte queste modifiche, che hanno tantissime variabili in gioco, rendono attualmente difficile la standardizzazione di un metodo per la misurazione delle microparticelle e delle nanoparticelle nel suolo, almeno fino ad oggi. Inoltre è oggettivamente molto più complessa la matrice organica del suolo rispetto a quella degli ecosistemi acquatici.

La scelta del gruppo tedesco di utilizzare nello studio nanoparticelle di polistirene deriva dal fatto che esse sono tra le più presenti nell’ambiente in quanto vengono liberate dal processo di abrasione meccanica degli pneumatici sull’asfalto o dalla frammentazione dei numerosissimi monouso in polistirolo utilizzati come bicchieri, bicchierini, contenitori per alimenti facilmente deperibili ecc.

Studi precedenti hanno già dimostrato l’azione tossica delle nanoparticelle in polistirene in altri ecosistemi come gli ambienti marini dove essi hanno avuto effetti tossici sugli embrioni del riccio di mare, sulla crescita di alcune alghe o sulla riproduzione di piccoli gamberetti (Daphnia Magna).

Lo studio in oggetto dimostra per la prima volta che la contaminazione del suolo da parte di nanoplastiche, per esempio venendo irrorato da acque contaminate (laghi, fiumi, pozzi), ha un significativo effetto detrimentale sul microbiota (morte cellulare diffusa) e di conseguenza sulla sua attività enzimatica, provocando un marcato impoverimento del terreno in termini di nutrienti prodotti esclusivamente dall’attività enzimatica della microflora  e rilasciati al terreno stesso.

Questa nuova proprietà delle nanoplastiche rappresenta minaccia la biodiversità dei microrganismi, che vivono nel terreno e che sono strettamente correlati alla sua fertilità, alla varietà di nutrienti che la pianta ha a disposizione.

Abbiamo già affrontato la grave minaccia, che rappresentano le plastiche, per la nostra salute e la relativa questione ambientale, ma se vuoi essere sempre aggiornato, registrati alla newsletter gratuitamente ora (link).

dr Pasquale Cioffi

Autore del libro “La Dieta della Plastica

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