Abbiamo già analizzato come le microplastiche e le nanoplastiche entrano nella nostra catena alimentare in questo articolo.

Il concetto che le microplastiche e le nanoplastiche fossero presenti nei mari è da qualche tempo entrato nell’immaginario collettivo, pensando però agli oceani lontani.

Hanno fatto più volte il giro del mondo, le immagini satellitari del “Pacific Trash Vortex”, definito il Sesto Continente. Si tratta di un’enorme discarica di plastica galleggiante, distinta in due isole, che si concentra nei pressi del Giappone e a ovest delle Hawaii, equivalenti a centomila tonnellate di ammasso di plastiche, con un’estensione pari a trenta volte l’Italia.

In realtà, le microplastiche e le nanoplastiche sono ubiquitarie nei mari, nei fiumi e nei laghi di tutto il mondo, compresa l’Italia. Un recente studio condotto dal dr Sighicelli, ha evidenziato che i tre laghi subalpini, lago Maggiore, Iseo e Garda risultano considerevolmente contaminati dalle microplastiche, costituite prevalentemente da polietilene (45%), polistirene (18%) e polipropilene (15%).

È ben documentato in letteratura che le microplastiche e le nanoplastiche sono in grado di entrare nel ciclo dell’acqua, poiché vengono trasportate dalle nubi che, condensando, precipitano al suolo sotto forma di pioggia o neve o altro.

Le dimensioni così ridotte permettono loro di penetrare negli strati più profondi del terreno e di raggiungere le falde acquifere; a questo punto, entrano nelle nostre case come acqua potabile, sia in quella del rubinetto, sia in quella imbottigliata.

Purtroppo, per rimuovere completamente le microplastiche e nanoplastiche dall’acqua potabile, sarebbe necessario sottoporla a un processo di ultrafiltrazione, che consiste nel far passare l’acqua sotto bassa pressione attraverso una speciale membrana semipermeabile (purtroppo in plastica!) con pori aventi un diametro dell’ordine di pochi nanometri (dimensioni paragonabili a quelle di piccoli virus o di aggregati molecolari più piccoli delle cellule) e bloccare le particelle ancora più piccole mediante l’ausilio di un flitro ai carboni attivi.

Una volta ingerite, le particelle di plastica potrebbero avere la capacità di attraversare gli spazi intercellulari dell’epitelio intestinale o mediante altri meccanismi di trasporto ancora poco noti, e accumularsi nei linfonodi o in altro organi e, purtroppo, il loro profilo tossicologico è ancora poco studiato. Inoltre, sono particolarmente pericolose per la salute umana in quanto possono veicolare sostanze tossiche come ftalati o bisfenoli (interferenti endocrini) o qualsiasi altra sostanza pericolosa come le diossine o gli idrocarburi policiclici aromatici che, nelle particolari condizioni gastro-intestinali, vengono facilmente rilasciate e assorbite.

Lo studio internazionale condotto sull’inquinamento dell’acqua potabile da parte di microplastiche, denominato “Invisibles: The Plastic Inside Us”, fotografa il fenomeno nelle sue dimensioni a livello globale.

Sono stati esaminati 259 campioni di 11 differenti brand di acqua imbottigliata proveniente da 14 Paesi, localizzati nei cinque continenti. Sono stati contati 325 particelle di plastica per litro d’acqua. Gli Stati Uniti sono stati identificati come il Paese con il più alto tasso di contaminazione da microplastiche, pari al 94% dei campioni.

In Europa, la prevalenza delle microplastiche scende al 72% dei campioni. La cosa più grave è che sia le autorità americane che quelle europee non hanno ancora fissato un livello di sicurezza per le particelle di plastica nelle acque imbottigliate e di rubinetto. Fino a pochi anni fa, si pensava che la contaminazione delle falde acquifere fosse tipica dei metalli pesanti o dei composti organici derivati dallo smaltimento illegale dei sottoprodotti della lavorazione delle industrie petrolchimiche.

Uno studio tedesco  di quest’anno ha analizzato la presenza di microplastiche nelle acque minerali imbottigliate vendute nei supermecati. Fino ad oggi, gli studi effettuati presentavano un grosso limite derivato dalla sensibilità degli spettrometri, che non erano in grado di captare la presenza di particelle inferiori a 20 micrometri. Oggi, con l’avvento di spettrometri più sofisticati e sensibili, si possono intercettare e analizzare anche i frammenti di più piccole dimensioni ancora più pericolosi, perché facilmente assimilabili. Il gruppo di studio tedesco ha analizzato vari campioni di acqua minerale, in relazione al diverso imballaggio: in bottiglie di plastica, di vetro e in poliaccoppiato o brik.

Tutti i campioni analizzati contenevano microplastiche, compresi i contenitori in vetro, di cui, la maggior parte (80%), erano frammenti con un diametro piccolissimo compreso tra i 5 e i 20 micrometri. Gli autori concludono che la presenza delle microplastiche è dovuta all’attività di rilascio dell’imballaggio primario. Se così fosse, sarebbe stato ragionevole non trovarli nell’acqua in vetro, a meno che, durante il processo di estrazione dalle sorgenti, l’acqua entri in contatto con materiali di plastica

. Un altro recentissimo studio ha confermato la presenza di migliaia di microplastiche con diametro inferiore a cinque micron per litro d’acqua in tutti i trentadue campioni di bottiglie di acqua minerale in PET e in vetro.

Nelle bottiglie di plastica le microplastiche erano prevalentemente costituite da PET (polietilentereftalato) mentre nelle bottiglie di vetro  le microparticelle erano costituite prevalentemente dal copolimero stirene-butadiene, il costituente delle mescole degli pneumatici delle nostre auto o di polietilene. La conta delle particelle di microplastiche variava da circa 3000 per litro  nelle bottiglie di plastica a circa il doppio in quelle di vetro.

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Dr Pasquale Cioffi

Autore del libro “La Dieta della Plastica

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