Nel 2013 in Italia sono state acquistate 280.000 stufe a pellet, e, a oggi, risultano attive quasi 3 milioni di unità, metà delle quali si trova al nord.

Oltre il 90% delle stufe viene utilizzato come mezzo di riscaldamento domestico esclusivo e viene montato dentro le mura domestiche. Il trend di crescita è favorito dagli incentivi statali e dal risparmio economico ed energetico di questa nuova tecnologia di riscaldamento domestico.

Si ipotizza che avremo nel 2020 circa 4 milioni di stufe attive. Oggi l’Italia importa oltre l’85% del pellet che consuma e i principali fornitori sono Austria, Croazia, Lituania e Canada.

Il mercato italiano del pellet (dati dell’anno 2014) è costituito da poco meno di 3 milioni di tonnellate annue. I pellet di legno, per chi non lo sapesse, sono dei cilindretti di legno pressato, prodotti partendo da trucioli e segatura a cui vengono aggiunti additivi naturali (amido e farina ecc.) per conferire loro una certa resistenza all’abrasione.

Il successo di questo metodo di riscaldamento è derivato dalla percezione dei consumatori più attenti che si tratti di una scelta “green”, perché non si usano derivati del petrolio ma legno naturale, che è una fonte rinnovabile ed ecosostenibile.

La normativa prevede che le polveri del prodotto non superino l’1% per cui, prima dello stoccaggio, il pellet prodotto viene setacciato e poi imbustato, pronto per essere spedito.

Ma chiunque abbia acquistato questo nuovo elettrodomestico da qualche anno, si è accorto che anche i sacchi di pellet di legno più costosi e pluricertificati hanno comunque una componente residuale di polveri, ben visibile a occhio nudo, sul fondo delle buste di plastica trasparenti.

Ciò è dovuto al fatto che i sacchi di pellet vengono sottoposti a un considerevole stress meccanico durante il trasporto dalla fabbrica al punto vendita e dal punto vendita fino a casa dell’utente finale.

Nessuno direbbe che la polvere di legno, dall’aspetto naturale e innocente, è classificata dalla IARC (Agenzia Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro), una delle più importanti fonti di informazione scientifica e di ricerca del settore a livello mondiale, come un agente cancerogeno (gruppo 1) alla stessa stregua dell’amianto a partire dal 2012.

In passato l’esposizione continuata nel tempo a polveri di legno dei lavoratori impiegati in alcuni settori della lavorazione del legno ha fatto registrare un aumento significativo del rischio di insorgenza del tumore dei seni nasali e paranasali e delle vie aeree inferiori.

In definitiva, la polvere di legno è un potente agente cancerogeno a cui si è esposti quotidianamente, quando si versa il pellet dal sacco di plastica nella tramoggia della stufa, generando una “nube tossica”, che permane dentro casa e si accumula giorno dopo giorno per mesi.

E non si tratta di polvere di legno qualsiasi, ma di particelle anche piccolissime che sono entrate in contatto con la plastica dell’imballo e quindi potrebbero aver assorbito sulla loro superficie una percentuale di interferenti endocrini.

Ora la questione è che, se è vero che il lavoratore nelle segherie, potenzialmente esposto a polvere di legno, è sottoposto a una rigida tutela della sua salute sull’ambiente di lavoro secondo quanto previsto dall’Istituto Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza del Lavoro (ISPESL o ente analogo), il povero inconsapevole signor Rossi e la sua famiglia (oggi circa due milioni e mezzo di famiglie italiane), respirano la polvere dentro casa per sei mesi l’anno, senza essere stati neppure informati riguardo a questo veleno potenziale né dal venditore né dagli enti pubblici preposti.

Inoltre, molti costruttori di stufe a pellet riportano scritto, nel manuale d’uso, di setacciare il pellet prima di caricarlo nella stufa, perché le polveri potrebbero, se inumidite, far inceppare la coclea, il sistema ruotante di alimentazione della camera di combustione e questo rappresenta uno dei problemi più frequenti che si risolve solo con l’intervento di un tecnico specializzato.

Purtroppo, secondo me, nel caso del pellet ci sono tutti i presupposti per scatenare un nuovo caso di allarme definibile “Amianto verde” che esploderà tra una decina di anni su scala nazionale perché il 70% delle stufe a pellet vendute in Europa sono state acquistate dagli italiani.

Le alternative per evitare di respirare le polveri di legno delle stufe a pellet potrebbero essere due:

  • Installare una caldaia a pellet all’esterno dell’abitazione, in modo tale da evitare di effettuare il carico della tramoggia in ambiente domestico.
  • Prevedere lo sviluppo di una nuova tecnologia ampiamente collaudata in altri settori, che permetta di ridurre la dispersione delle polveri durante la delicata fase di caricamento del pellet con sistemi di aspirazione e raccolta-polveri ad alta prestazione.

 

In realtà, pero’, la stufa a pellet nasconde un’altra insidiosa fonte di esposizione a sostanze velenose.

Il pellet, una volta bruciato, viene raccolto in un cassetto sotto forma di cenere che va rimossa ogni due o tre giorni, a seconda dell’utilizzo, mediante dei potenti aspiracenere. Il risultato è che gli aspiracenere frammentano ulteriormente gli aggregati di cenere in polveri sottilissime, che vanno rimosse dal contenitore di raccolta prima che si intasino i filtri HEPA.

Anche in questo caso quindi consiglio, ai possessori di stufe a pellet, di effettuare questa operazione all’aria aperta per evitare di respirare queste polveri sottili che potrebbero contenere idrocarburi policiclici aromatici e altri veleni prodotti dalla combustione. Inoltre consiglio di non utilizzare mai l’aspiracenere, ma di versare la cenere dal cassetto direttamente nel contenitore dei rifiuti o del compost.

In realtà è ipotizzabile un’azione collettiva o class action per tutti gli sventurati acquirenti di stufe a pellet, perchè non sono stati adeguatamente informati dai venditori, che stavano comprando un elettrodomestico, che espone per sei mesi l’anno ad una potenziale fonte di rischio per la salute.

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Dr Pasquale Cioffi

 

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