L’agricoltura amica della salute e dell’ambiente, quella certificata “Bio” o quella a Km-zero, sono anche prive di plastiche nocive e cioè “Plastica-zero”?

Oggi siamo tutti impegnati ad acquistare i prodotti agricoli che vengano coltivati con tecniche poco impattanti per l’ambiente e quanto più genuini possibili.

Molti dei consumatori hanno visto nei prodotti a marchio “Bio” un’àncora di salvezza.

I rigidi disciplinari e i controlli a cui le aziende agricole sono soggette, dovrebbero garantire una maggiore salubrità dei prodotti con meno pesticidi, meno diserbanti, meno fertilizzanti e così via.

Un’altra fetta di consumatori ha invece rivolto la sua attenzione ai prodotti detti “a km zero” e cioè quelli coltivati in aziende agricole del territorio, dove la vicinanza dovrebbe garantire la freschezza, la genuinità e la salubrità dei prodotti agricoli.

Il 2017 è stato l’anno del biologico ed il trend è in continua espansione confermato anche nel 2018!

Solo in Italia il mercato dei prodotti biologici vale più di 3,5 miliardi di euro.

In effetti i prodotti certificati “Bio” o a km zero, che vengono percepiti dalla massa dei consumatori, come prodotti di qualità superiore, per i quali “vale la pena” spendere di più, non sono sempre prodotti “Plastica-Zero”!

Andiamo a vedere perché..

La pacciamatura è una pratica agricola molto diffusa, che prevede l’utilizzo, tra i vari metodi, di teli di plastica per ricoprire il terreno per impedire, di conseguenza, la crescita delle erbacce.

Questi grossi teli, sottoposti alle intemperie e all’azione dei raggi ultravioletti liberano additivi, microplastiche e nanoplastiche, che penetrano nel terreno sottostante e potrebbero essere assorbiti dalle radici delle piante!

Recenti studi  hanno dimostrato che la concentrazione di ftalati  nel suolo e nelle foglie di tabacco, coltivate con la tecnica della pacciamatura usando teli di plastica,  incrementa in maniera significativa nel corso dei primi otto anni.

Anche le serre sono una potenziale fonte di esposizione a ftalati per i lavoratori, che passano ore all’interno delle stesse, per i vegetali coltivati e per il suolo.

Il  recente studio di Wang  ha dimostrato che i lavoratori delle serre in plastica sono esposti a bassi livelli di ftalati non pericolosi per la salute mentre è ancora poco chiara la relazione tra il terreno e le piante che crescono in essa, perché i vegetali presentano livelli di ftalati superiori al terreno.

Di conseguenza i rischi per la salute potrebbero derivare soprattutto per l’ingestione dei vegetali coltivati in sere di plastica.

Sia le serre che la pacciamatura con teloni di plastica favoriscono “l’effetto serra” su scala globale, perché sotto l’effetto dei raggi UV del sole liberano gas nocivi.

Infine vi riporto un’altra importante fonte di contaminazione, che sono i fanghi di depurazione delle acque reflue, quelle dei nostri scarichi fognari, tanto per intenderci (articolo di approfondimento).

 

Per legge è possibile, anzi auspicabile secondo i dettami dell’economia circolare, utilizzare i fanghi come fertilizzanti agricoli.

Ovviamente i fanghi devono superare tutta una serie di analisi, che garantiscono che non siano contaminati da metalli pesanti, idrocarburi, ecc..

Purtroppo la normativa non tiene conto delle microplastiche e delle nanoplastiche liberate durante i cicli di lavaggio dei nostri tessuti sintetici, che usiamo e indossiamo tutti i giorni.

Si calcola che ogni anno vengono riversate sui terreni fino a 850 tonnellate di microplastiche per milione di abitante, come fertilizzante agricolo, sui terreni dell’Europa continentale, per cui in Italia si parla di circa 50 mila tonnellate di microfibre di plastica.

Purtroppo questi fanghi si seccano e liberano microplastiche e nanoplastiche volatili che, spinte dai venti, si accumulano nelle nostre abitazioni, nei nostri uffici, dove le inaliamo con possibili conseguenze per la nostra salute (Link di approfondimento).

Soluzioni:

  1. La pacciamatura potrebbe essere effettuata utilizzando altri materiali come cortecce di conifere o i gusci delle noci ad impatto-zero;
  2. La coltivazione in serra potrebbe essere condotta utilizzando materiali più nobili della plastica ed atossici come il vetro;
  3. E’  sempre preferibile mangiare frutta fresca di stagione al posto di quelli prodotti in serra o dei succhi di frutta preconfezionati: questa abitudine migliorerà la qualità della dieta e ridurrà drasticamente la quantità di rifiuti da te prodotti.
  4. Sostituire i fanghi di depurazione delle acque reflue con fertilizzanti esenti da plastiche e microplastiche.
  5. Evitare di comprare frutta con i classici bollini adesivi di plastica, che sono rifiuti inutili e nocivi.

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Dr Pasquale Cioffi

Autore del libro “La Dieta della Plastica

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